Lo chiamano Jobs Act ...

Vista la deliberazione del Consiglio dei Ministri del 12 marzo 2014, il 20 marzo 2014 viene pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 66 il cd. Jobs Act, ovvero il decreto legge n. 34/2014 contenente Disposizioni urgenti per favorire il rilancio dell’occupazione e per la semplificazione degli adempimenti a carico delle imprese.

Intanto, suscita già critiche il fatto che, per l’ennesima volta, un provvedimento di estrema importanza venga disposto per mezzo di un decreto legge deliberato dal Consiglio dei Ministri su proposta del Presidente del Consiglio e del neo insediato Ministro del lavoro e delle politiche sociali. Un provvedimento di possibile considerevole rilevanza per il paese viene elaborato da un’oligarchia imperante a fronte di un Parlamento dissestato, polemico e lungi dal concentrarsi su proposte di legge serie e costruttive.

Questo ricorso ormai abusato al decreto legge è ben noto da anni: il mercato del lavoro vive in permanente stato di necessità ed urgenza e con questo pretesto i “pochi” propongono progetti di legge imponendo solo il loro punto di vista, spesso ottuso, auto convincendosi che con questi provvedimenti minimali si crei nuova occupazione.

A differenza della legge n. 92/2012 che ha pur suscitato notevoli polemiche e critiche, questo presunto Jobs Act non ha avuto alcuna matrice “compromissoria” di coinvolgimento delle forze politiche né delle parti sociali. Pare si sia proprio eliminato ogni spiraglio di dialogo e di consultazione col mondo reale, popolare, sindacale. Vige un principio generale di “sussidiarietà” nella disciplina amministrativa che dovrebbe essere esteso ed applicato a tutti i livelli di produzione del diritto; il concetto che questo principio, in sostanza, esprime è di partecipazione degli interessati alle decisioni che li riguardano direttamente con l’assioma che tanto più un ente è vicino alla popolazione che amministra tanto più potrà interpretarne le esigenze e soddisfarne i bisogni.

Dunque, solo chi vive nel mondo del lavoro oggi sa cosa vive, quali disastri deve affrontare e quali rimedi deve chiedere ad un perito lavorista che, in collaborazione con gli altri ministeri, nella gestione della res publica, potrà trovare la soluzione meno tragica dal lato dei lavoratori e dal lato delle imprese.

Invece, ecco davanti agli italiani un provvedimento che non piace molto, che non aiuta sia per i limiti propri che contiene sia perché, è dato assodato, i problemi occupazionali e di crescita economica non li risolve né può risolverli il diritto del lavoro. La prima garanzia di giustizia del lavoro è, infatti, proprio l’esistenza dell’occupazione. Senza economia e senza occupazione, non serve a nulla il diritto del lavoro.

Quindi, si dovrebbe ripartire dalla ricerca dell’”essenziale”, per arrivare, in secondo momento, ai contratti di lavoro. Di grande aiuto, pertanto, il ritorno all’illustre giurista Ubaldo Prosperetti  , in particolare al suo scritto Lo sviluppo del diritto del lavoro in relazione alle modificazioni della vita economica.

Risulta senz’altro vero, infatti, che lo scenario economico globale è cambiato in maniera irreversibile; ogni settore del diritto per essere effettivo ed efficace deve seguire ed adeguarsi alle innovazioni socio economiche continue, con ciò tuttavia non sgretolando l’identità e la dignità personale dell’uomo-lavoratore. Prima di eliminare le causali giustificatrici del contratto a termine, prima di legittimare un numero eccessivo di proroghe di esso, sarebbe stato opportuno operare su altri fronti. Si dovrebbe partire, infatti, per quanto lapalissiano, dalla riduzione dei “grassi” costi superflui dell’apparato statale, costi che alimentano il debito pubblico dalla fine degli anni gloriosi, dal 1973.  Si dovrebbe procedere, poi, ponendo un problema giuridico alla base delle scelte normative da fare: fino a che punto potrà spingersi la flessibilizzazione del diritto del lavoro di fronte alla inderogabilità di norme costituzionali ed europee?Si assiste, invero, ad uno svuotamento incosciente di tutte le norme connotate dal loro carattere “inderogabile”!

Succede che tutto ciò che è inderogabile diviene, con estrema facilità ed irresponsabilità, derogabile, nell’incondizionato oblio che dietro ogni norma inderogabile risiede l’identità dell’uomo, la sua dignità, la sua libertà, la sua personalità, la sua famiglia.
Evidentemente non è ancora chiaro che l’unico strumento per ripartire seriamente è la ricerca e l’innovazione, è la “qualità” che permette di essere competitivi, non solo il costo del lavoro. Ciò è testimoniato anche dal rapporto Doing business in Italia 2013, di Augusto Lopez-Claros, Director, Global Indicators & Analysis World Bank-IFC. In questo rapporto, nell’elencazione degli elementi che ostacolano l’avvio e la prosecuzione di impresa in Italia, l’incidenza della normativa del lavoro è pari solo al 2,6% contro un’incidenza dell’11% della normativa fiscale; del 15,8% della possibilità di accesso al credito; del 14,3% del costo dell’energia elettrica; del 7,9% dell’instabilità politica; del 7,8% della forza lavoro non adeguatamente formata. Ciò a dimostrazione del fatto che andrebbe anche sfatato il mito del diritto del lavoro italiano troppo rigido e garantistico quale causa demoniaca del blocco dell’attività di impresa!Intanto, si dovrebbe iniziare un’inversione di rotta partendo proprio dalle voci ad influenza negativa su indicate e maggiormente incisive e dannose.

Altro aspetto che non è mai evidenziato né curato dai governi è la condizione dei giovani che intendono avviare attività in proprio o con lavoro autonomo. Pare di moda, infatti, visti i provvedimenti focalizzati sempre sul lavoro subordinato, l’idea che i giovani, ormai, debbano essere sempre e solo lavoratori subordinati tralasciando, invece, che solo dai giovani può derivare l’innovazione e la crescita in tutti i settori. Timidi interventi passati hanno riguardato le start up, con mille limiti sia oggettivi che soggettivi.
Un vero Jobs Act, perciò, avrebbe dovuto prevedere anche strumenti facilitati per l’avvio di impresa o di libere professioni da parte dei giovani, con accesso facilitato al credito e con riduzione o eliminazione del prelievo fiscale e contributivo a fronte delle ingenti spese da sostenere per l’acquisto del capitale di avviamento di un’impresa propria.

Così non è oggi ed ogni fiducia sta morendo sacrificata sull’altare della finanza spietata ed è forse la prima volta che l’impresa è sullo stesso altare sacrificale del lavoratore.