La necessita' di proteggere il ruolo sociale dell'Ispettorato del lavoro e la crisi economica

 

  • Le imprese non ce la fanno più, gli operai non ce la fanno più, nessuno ce la fa più…
  • 5 anni fa m’hanno terrorizzato questi meravigliosi ispettori del lavoro. Poi sono stato assolto per non avere commesso il fatto…
  • Ci hanno fatto chiudere gli ispettori del lavoro… Ho dimostrato in giudizio di essere in regola, sono stata assolta.

 

Sono solo alcune delle tante pesanti denunce cittadine contro un rigido sistema normativo che da qualche tempo, in concomitanza con la devastante crisi economica, sta portando all’esasperazione il sistema delle imprese italiane, con tutte le gravose conseguenze sul piano occupazionale.

Le domande da porci sono numerose.

Forse la domanda principale è (In questi ultimi cinquanta anni, le sorgenti della ricchezza sociale e la massa dei beni materiali sono andate crescendo) (…). Perché dunque la condizione del popolo non ha migliorato? Perchè il consumo dei prodotti invece di ripartirsi equamente fra tutti i membri delle società europee, s’è concentrato nelle mani di pochi uomini appartenenti a una nuova aristocrazia? Perchè il nuovo impulso comunicato all’industria e al commercio ha creato, non il ben essere dei più, ma il lusso di alcuni? La risposta è chiara per chi vuole internarsi un pò nelle cose. Gli uomini sono creature d’educazione e non operano che a seconda del principio d’educazione che loro è dato, così Giuseppe Mazzini, in un’opera straordinaria del 1861.

In questa ultima frase, si racchiude il senso compiuto di questo nostro breve intervento: l’educazione, la cultura delle regole, il buon senso, principi conduttori di giustizia sociale.

Questa “educazione” odierna dovrebbe provenire anche dalle istituzioni ma le istituzioni sono anch’esse in declino, i politici non sono probi politici, le normative lavoristiche e tributarie sono divenute un calderone di provvedimenti variabili dall’oggi al domani, di stratificazioni, di modificazioni improvvise, prevale il “fare cassa” dello stato e viene in subordine il benessere sociale dei cittadini; il sistema tributario italiano è orientato solo al gettito fiscale e non anche alla giustizia sociale cui, prioritariamente, dovrebbe essere invece orientato.

Le notizie di imprenditori suicidi continuano a giungere impetuose, il sistema si ritorce su se stesso, auto-violentandosi selvaggiamente, occludendo vie di uscita, eliminando il senso del rispetto generale verso le istituzioni di vigilanza ormai malviste dai più e declassate a “strozzini di stato”.

Gli organi di vigilanza sono spesso demonizzati dall’opinione pubblica, le decisioni aziendali sono portate ad estreme conseguenze per terrore: è meglio non “far lavorare” nuovi dipendenti perché tenerli “in regola” è divenuto impraticabile non solum per il costo del lavoro in sè sed etiam per tutti gli adempimenti obbligatori da espletare e da “ricordare”. L’imposizione fiscale è una massa “tumorale” in crescendo che uccide lentamente ogni attività produttiva.

Le conseguenze derivanti da violazioni normative sono severe e inclementi; tra violazioni tributarie e violazioni lavoristiche-previdenziali, le sanzioni possono raggiungere importi altissimi, bloccano l’accesso ad agevolazioni previdenziali, sospendono il rilascio del DURC, paralizzano l’accesso alle procedure di evidenza pubblica per appalti pubblici, possono fondare una responsabilità penale, possono determinare la sospensione dell’attività produttiva, possono determinare l’avvio di procedure di esecuzione forzata in capo alle imprese.

Ciò detto, chiaro che gli organi di vigilanza del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali hanno il potere-dovere di espletare le loro funzioni con massima efficacia, correttezza e responsabilità. Nel riconoscere questo nobilissimo potere-dovere finalisticamente preordinato alla protezione di un diritto al lavoro sano e prospero, va fortemente scongiurato ogni possibile attacco mediatico e spicciolo all’ispettorato del lavoro. Non può sfuggire, infatti, che, proprio in forza del suo ruolo istituzionale, l’ispettore del lavoro è tenuto a disporre i provvedimenti prescritti ex lege in conseguenza di violazioni accertate e a darne immediata comunicazione alla Procura della Repubblica in caso di illeciti penali.

Innanzitutto, ai sensi del Codice di comportamento ad uso degli ispettori del lavoro, di recente approvazione con decreto ministeriale del 15 gennaio 2014, per “personale ispettivo” si intende il personale inquadrato nei ruoli ispettivi dell’Amministrazione (Ministero del lavoro e delle politiche sociali) al quale sono attribuiti i poteri di vigilanza necessari all’espletamento dei compiti di controllo in materia di lavoro e legislazione sociale e che, nei limiti del servizio cui è destinato e secondo le attribuzioni conferite dalla normativa vigente, opera anche in qualità di Ufficiale di Polizia giudiziaria.

Il personale ispettivo nell’esercizio delle proprie funzioni assume, nell’interesse pubblico e della tutela sociale del lavoro, quali valori fondamentali, l’imparzialità, l’obiettività, l’efficienza, la riservatezza professionale e la trasparenza e si attiene a norme di onestà e integrità (Articolo 19, Valori fondamentali, Codice di Comportamento). Finalizza il suo operato alla realizzazione degli obiettivi di tutela sociale e del lavoro, di contrasto al lavoro sommerso e irregolare e di lotta all’evasione ed elusione contributiva, utilizzando a tal fine l’autonomia operativa riconosciuta dall’Amministrazione, curando il proprio aggiornamento professionale e partecipando alle iniziative formative organizzate dalla stessa (Articolo 23, Condivisione degli obiettivi, Codice di Comportamento).

L’appello, dunque, alla massima responsabilità e al buon senso va rivolto in parte agli ispettori del lavoro, i quali devono agire sicuramente con perizia, con cognizione precisa e circostanziata dei fatti, con garanzia di difesa del presunto trasgressore, ma va rivolto massicciamente all’organo preposto alla produzione legislativa italiana, ad un parlamento infermo e ad un susseguirsi di governi fanatici e falliti, troppo approssimativi, poco attenti alla vita aziendale, poco vicini alla quotidianità di lavoratori ed imprenditori, tanto attenti solo al “fare cassa”.

Il diritto dovrebbe essere Ars aequi et boni, secondo la massima del giurista romano Celso, ma questo diritto moderno tanto arcigno e a tratti irragionevole è inquietante e drammatico per i suoi destinatari. Il diritto dovrebbe essere improntato al criterio di Honeste vivere, neminem laedere, suum cuique tribuere.

Allora la domanda, forse scontata, è: se un genitore porta occasionalmente con sé il figlio presso la sua azienda, facendogli prendere “confidenza” e contatto con il mondo del lavoro, quale diritto altrui lede? Quale disonestà realizza? A chi “estirpa” un diritto proprio? Un artigiano, per esempio, non può più trasmettere i suoi saperi storici del mestiere anche per via di questo sistema rigido che “terrorizza”; ci sono stati processi giudiziari chiusisi con accertamenti di sfruttamento del lavoro minorile tra padre e figlio; una moglie non può più accedere presso l’azienda del marito per collaborare con lui nella conservazione del patrimonio familiare. 

Da più parti, giunge questo monito. Il sistema tributario è ormai finalizzato solo a rimpinguare le casse dell’erario e non anche ad elevare la giustizia sociale; l’attuale sistema fiscale è “barbaro”, citando il Presidente della Commissione Tributaria regionale del Lazio, Magistrato tributario Alfonso Lauro.

Nel diritto del lavoro dopo tante “vacche grasse” elusive, si è giunti ora, in alcune fattispecie, all’estremo opposto; si pensi, per citare un esempio, al nuovo articolo 2549 del codice civile sull’associazione in partecipazione con apporto di lavoro che fonda l’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato solo sulla base del superamento di una soglia numerica aziendale con più di 3 associati e non sulla base dell’esistenza dei canoni tipici di riconoscimento di un rapporto di lavoro subordinato!

In presenza di un legislatore spesso avventato e troppo lontano dalla realtà, come la cultura classica insegna, in medio stat virtus, la virtù sta nel giusto equilibrio tra gli estremi, e fondamentale allora nell’applicazione delle norme è il buon senso degli operatori, tanto acclamato dal già citato Magistrato tributario. Gli ispettori, dunque, nell’esercizio di funzioni socialmente considerevoli, dovrebbero agire lungi dal perseguire fini personalistici legati, ad esempio, al conseguimento di un premio di risultato per numero di sanzioni irrogate, ovvero lungi da metodi applicativi di sanzioni esasperati e “burocraticizzati”, prediligendo sempre il compimento di un (almeno) “verosimile” Stato Sociale per il miglioramento generale della società e per l’elevazione complessiva della giustizia sociale.

In ciò, chiaramente, ruolo centrale delle istituzioni, anch’esse da “rieducare” per alcuni versi, è educare i cittadini, con campagne di sensibilizzazione a tappeto, di informazione, di consultazione, di collaborazione. Le imprese, i lavoratori, gli operatori devono avere cognizione certa su diritti e doveri da rispettare senza il terrore costante che una spada di Damocle cada sulle loro teste da un momento all’altro. Terrore che, paradossalmente, giova dirlo, non esiste più neanche per delitti penali di particolare gravità a fronte di misure alternative alla detenzione, a seguito di indulto e amnistia, a seguito di leggi sostanziali e processuali che troppo spesso hanno lasciato impunito il reo, figuriamoci se può essere ragionevolmente giustificabile per il fatto che un figlio accede alla bottega del padre ed assiste al suo lavoro!