Legge e Consapevolezza

E’ tornato di attualità, in queste settimane, il tema del numero delle leggi e degli atti aventi forza di legge in corso nel nostro Paese e che, nel tempo, si sono ammassati tramite un processo di stratificazione.
Non vi è concordia sulla stima degli atti che riguardano e disciplinano la nostra vita quotidiana, principalmente a motivo della disparità delle fonti di produzione: Parlamento, Stato, Regioni, Unione Europea e così via.
Centri differenziati che rendono impossibile conseguire, per chi sia interessato a rilevazioni statistiche, un dato affidabile.
Come di consueto, mi sono fatto parte diligente nel riscontrare se, almeno in via di approssimazione, un computo fosse possibile.
Ho consultato i siti del Governo, di alcune Istituzioni e ho preso contatto diretto con la Segreteria della Commissione Bicamerale permanente per la Semplificazione, dopo averne esaminata la pagina web.
In data 31 marzo 2014, la Commissione terminava l'indagine conoscitiva sulla semplificazione legislativa ed amministrativa,  mandando alle stampe il profitto del lavoro compiuto (due volumi cartacei); sul sito è rinvenibile e scaricabile il resoconto della seduta con accluso il documento conclusivo,  approvato all'unanimità (qui il link).
Chi desidera, potrà costatare agevolmente i criteri seguiti, la pluralità dei soggetti auditi, le criticità rilevate, le raccomandazioni e i propositi.
Un lavoro imponente, guidato con saggezza dal Presidente Tabacci, confluito in due mozioni parlamentari presentate ai due rami del Parlamento.
Segnatamente, la mozione primigenia presentata alla Camera (rif. 1-00265), è stata seguita da altre consimili e sottoscritta, in sede di esame, da altri firmatari rispetto ai primi redigenti, e, nella seduta del 18 giugno 2014,  riunita in unica mozione approvata con pieno consenso dall’aula e con parere positivo del Governo (qui il link al resoconto stenografico della seduta) .
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Sin dal lontano 1997, come è noto, il Parlamento ha avvertito l'urgenza di riordinare lo stock normativo vigente, assegnandosi (almeno) tre linee guida (rectius  obiettivi): l'abrogazione di norme superate, la delegificazione e la redazione di testi unici compilativi.
Come si registrerà, il processo ha avuto tappe alterne, stop and go, e, a giudizio di differenti giuristi, è ben lungi dall'avere raggiunto i traguardi auspicati.
Ad opinione dei valenti assistenti della Commissione con cui ho parlato e che hanno accompagnato gli intervalli del compito, è opportuno “spezzare una lancia” a favore delle Regioni, le quali, a quanto pare, hanno spiegato un impegno esemplare, specialmente sotto il profilo abrogativo.
Si tratta solo di anticipazioni; i dati ufficiali saranno oggetto di discussione nei prossimi giorni alla Camera, dove il Comitato per la legislazione presenterà la relazione annuale, relazione che sarà fruibile, verosimilmente, dopo il 18 marzo prossimo.
In verità, pur avendo dedicato mesi di un mio lavoro di tesi al drafting e agli argomenti correlati sulla qualità dei testi normativi e sul loro impatto sociale e di sistema, non è mio proposito qui che limitarmi ai brevi rimandi svolti, per affrontare un profilo difforme, sia pur legato a filo d’oro.
Come di consuetudine, confino queste note denunciando, da subito, il desiderio di provocare alcune riflessioni.
Nella storia di una nazione, di un popolo, il ruolo delle norme, salvo rare singolarità, si recupera, nel suo nucleo, nell’opportunità di disciplinare aspetti e condotte e di offrire un tessuto organizzativo al sistema statale (norme di comportamento, norme di organizzazione dei pubblici uffici, ecc.).
Da tempo, è invalso, tipicamente nei Paesi non anglosassoni, il concetto primeggiante che sia sufficiente la norma, dotata o meno di sanzione, per coprire un vuoto collettivo. Un emendamento, per risolvere situazioni di disagio o contrastare fenomeni che la società, nel suo evolversi, fa emergere.
Un esempio di questi giorni.
In Italia il fenomeno della corruzione è straordinariamente esteso, invasivo. I costi per la società sono elevatissimi, sotto forme molteplici. Il danno per il singolo cittadino è amplissimo. Bene. Soluzione: aumentare il termine di prescrizione del reato, sino ad un massimo senza trascorsi.
Si badi, non prendo posizione. Riporto soltanto un dato imparziale, una proposta palesata in un settore sensibile, come molti altri.
Si potrebbe discutere di legge elettorale, di riforma costituzionale, del lavoro, del fisco; la sostanza non cambierebbe.
Si aggiungono norme a quelle già esistenti, col rischio di un grave vulnus al principio della certezza del diritto.
Per non estendere il fronte alla questione della cognizione esatta (reale) della legge da parte del singolo e della sua eventuale responsabilità,  i cui tratti si manifestano sempre più oggettivi, strappati dal momento soggettivo, psicologico.
Rimando, su tale aspetto, al testo del documento della Commissione che affronta il tema in una cornice costituzionale.
Torniamo al mio intento.
In filosofia, si assume che la legge sopperisca ad una carenza di consapevolezza.
Migliore, per densità semantica, il termine anglofono awareness, che racchiude un senso maggiore, quello di coscienza della condotta.
La norma, si dice, non sarebbe necessaria laddove la condotta dei singoli, di una comunità, di una famiglia, di una nazione, avesse come orizzonte non l"io" ma il "noi".
Non rimuoveremo mai il  bisogno delle norme, piuttosto la loro invasività, il loro numero.
Non vi sarebbe necessità di disciplinare con regolamento comunale l’orario di deposito dei rifiuti per evitare ammorbamenti ai vicini. Di sanzionare chi getta in un parco o in un bosco ricco ed affascinante, mozziconi di sigarette accese, sacchetti di plastica che si smaltiranno tra decenni (o forse mai), and so more.
Utopia? No, ponderazione.
In un Paese dell'Asia, a scuola i bambini imparano, come prontamente mi ha fatto notare un amico e valente mediatore professionista, saggista di grande competenza, i metodi di risoluzione dei conflitti interpersonali; studiano, come disciplina di insegnamento, quella che noi definiamo “mediazione”.
Cresceranno consapevoli che andare davanti all'Autorità Giudiziaria senza prima avere sperimentato un componimento bonario, di avere percorso la via del dialogo, è non solo dannoso ma, anche, imprudente.
Non avranno occorrenza di una norma che glielo imponga. La norma è la loro buona educazione, la loro corretta coscienza, interessata o meno poco importa.
Concludo.
Tagliare, sfoltire, riformare, delegificare, è apprezzabile, anzi, doveroso.
Relazioni come quella qui segnalata vanno oltre, ci portano ad una presa di coscienza dello stato della congiuntura.
Ma si può andare ancora oltre, superare del tutto il guado, preservando l'indispensabile.
Con l'educazione, un ruolo condiviso da famiglie e scuola, da associazioni private ed istituzioni, in un circolo virtuoso.
Ci vorranno anni, ma vale la pena di provarci.
Ad iniziare da noi stessi.