Il declino dei Parlamenti nell'epoca mediatica

Mai come in questo tempo da più parti si levano voci autorevoli che stigmatizzano l'indebolimento dei Parlamenti nazionali.

Non si tratta di un fenomeno soltanto italiano bensì mondiale, salvo rare eccezioni.

Sorti come espressione di sovranità del popolo, di rappresentanza democratica delle diverse classi sociali, di elaborazione politica, vanno perdendo quel ruolo propulsivo e di garanzia, vanno smarrendo la loro identità costitutiva.

La percentuale delle leggi approvate mostra, senza equivoci, come l'iniziativa dei singoli componenti o quella popolare sia minimale, a favore dell'iniziativa dei Governi.

Nulla di male, spettando ai Governi, nelle competenze delle varie Carte Costituzionali, esprimere l'indirizzo politico e quindi legislativo per condurre in porto tutte quelle misure necessarie per il bene di un popolo, di una nazione.

Vi è un nodo, su cui diversi giuristi si interrogano a livello sovranazionale.

Questo interrogativo prende le mosse dal ruolo giocato dall'informazione globale e dalla capacità dei media di esaltare e di legittimare una forza degli esecutivi oltre i confini tracciati dalle Carte Fondative.

In sintesi, questi Autori mettono a tema delle loro riflessioni il rapporto diretto tra il leader dell'esecutivo e il cittadino, rapporto che scavalca l'istituzione parlamentare.

A motivo dell'urgenza ovvero della necessità, un leader sostenuto dai media è legittimato ad operare ad ogni costo laddove ritenga di farsi interprete dell'interesse della nazione. In questo caso al Parlamento, in apparenza ferito nel suo ruolo, si sostituisce, come "cartina di tornasole" il sondaggio, l'opinione dei giornali e dei commentatori, il web e così via.

A corollario, l'istituzione parlamentare viene vista come intralcio, come freno ad una rapida definizione delle priorità che il popolo chiede, domanda.

La garanzia della legittimazione si sposta verso i media, gli unici in grado di veicolare il consenso verso il leader ovvero di confermarlo.

Un leader forte sarà tale solo qualora possa dimostrare in pubblico di godere di approvazione tra la gente, al di fuori del Parlamento.

A ciò si aggiunga che il Parlamento, in ogni caso, ha espresso fiducia al leader nominato sulla base di un programma di intenti, di guisa che nessun vulnus potrebbe invocarsi a livello costituzionale.

Dove risiede il problema?

Si tratta solo di sfumature, di tendenze o di qualcosa di sostanziale?

È opinione dei critici, di coloro che ritengono siano lese le prerogative dei parlamenti, che il sistema mostri una situazione di pericolo, una deriva.

Credo vadano fatte alcune riflessioni.

Il fattore media è certamente primario. A cadenze periodiche, si individua il gradimento del leader e quindi la sua forza; accade negli Stati Uniti come in Italia. I network sono internazionali, le informazioni accessibili rapidamente. Un leader viene valutato a livello globale, in una società globale.

Se la società, tramite il filtro dei media, esprime il suo consenso al leader scatta la legittimazione. Quella parlamentare, ove prevista per la singola azione di governo, segue, così almeno sembra, in secondo piano.

Se il leader annuncia di voler attuare una riforma o di voler risolvere una situazione politica o economica, il primo passaggio è costituito dal feedback ricevuto e veicolato dai media. In gergo si definisce "annuncio politico".

Se è positivo, si procede e ogni ritardo costituzionale pare lesivo di una sovranità che si è già pronunciata.

Lo costatiamo quotidianamente, negli accadimenti e nelle vicende internazionali.

Tralasciando le altre opzioni che non si dovrebbero escludere, gli altri elementi che entrano nei processi decisionali - lobbies, interessi di imprese e altro -, ma che emarginiamo per scelta consapevole, in quanto presenti in ogni scenario, ritengo che il focus sia da centrare su un nuovo concetto di "popolo".

Il popolo sovrano non è necessariamente quello che i parlamenti ritengono di rappresentare.

Troppe sono le distorsioni, a cominciare dallo specifico delle modalità di elezione dei componenti.

Il popolo sovrano è altra cosa, come lasciano intuire i nostri Autori.

Sfugge ad una definizione dai precisi contorni.

Vola al di sopra di tecnicismi pur necessari, di procedure e di regolamenti.

Non che si tratti di qualcosa di "etereo", beninteso. È pur sempre entità molto concreta.

Si esprime in linguaggi differenti che le regole non possono, per natura, cogliere.

In un mondo globale, il popolo sovrano di una nazione, quello che occupa i confini del territorio, è legato a filo rosso ad altri popoli. Vi è una condivisione di sovranità, nella misura in cui le decisioni assunte da un leader forte godono del favor anche degli altri popoli, non solo di quello da cui proviene, a cui appartiene.

Questa la tesi.

Indubbiamente, se un leader fosse solo gradito a casa propria non avrebbe molti spazi di manovra. Lo si è compreso, anche di recente.

Che dire, allora, dei parlamenti nazionali?

Davvero avrebbero perduto la loro identità, la loro funzione?

Sospendo, come mio costume, il giudizio a favore di una considerazione.

Con i debiti distinguo (una cosa è il Parlamento inglese, altra quello americano, altra ancora quello italiano) probabilmente, e molto più semplicemente, il ruolo istituzionale nominale resta intatto, mentre occorre una presa di coscienza politica, dei singoli membri eletti o nominati.

Forse fa problema la formazione di una classe politica che nel parlamento non trovi un suo fondamento. Forse occorre spostare il baricentro di attenzione dall'istituzione alle persone. Se le persone sono buone, le istituzioni godranno di quel riconoscimento che oggi si sta ponendo in discussione.

Ogni istituzione trova la sua ragione di esistere e di operare solo nelle persone. Altrimenti, parlare di delegittimazione delle istituzioni rischia di risolversi in un mero esercizio retorico, sia che si tratti dell'ONU che del comitato di un quartiere cittadino.

Popoli, genti connesse tra loro, sono sempre più difficilmente inquadrabili in un confine.

Anche questo ormai rappresenta un dato di fatto.

L'idea americana del "cittadino del mondo", non pare molto lontana da questi percorsi di indagine.

Governare una nazione oggi significa uscire da nozioni manualistiche e da definizioni di scuola.

Poniamo un esempio.

Nella storia, le riforme costituzionali, quelle che riguardano la Carta Fondativa, scaturiscono come esigenza da un cambiamento profondo della società, almeno quelle democratiche. È accaduto ed accade anche l'opposto, ossia che le riforme siano scollate da istanze sociali collettive ed imposte dall'alto.

Si tratta di fatti che vanno analizzati nella loro varietà.

Un secondo esempio, più vicino a noi.

Si dibatte sull'opportunità di introdurre il vincolo di mandato a carico degli eletti.

Le tesi sono policrome e tutte recano ragioni valide.

Usciti da un regime totalitario, la libertà del parlamentare che, una volta eletto, rappresenti non solo chi lo ha votato bensì la nazione intera, appariva un genuino principio.

Domanda.

Oggi le circostanze sono cambiate? Se si, come?

Il passaggio di un parlamentare da uno schieramento all'altro, da un movimento all'altro, è assai frequente. Nel presupposto, opinabile, che si tratti di un atto scorretto sul piano politico, è sufficiente la censura lasciata al popolo oppure occorre introdurre un controllo giuridico e una sanzione?

Certamente, se io esprimo il mio voto ad un candidato che si schiera in un determinato movimento politico il cui programma si dimostra affine al mio pensiero, è lecito che io provi un sentimento di disapprovazione.

È giusto e confacente obbligare l'eletto al rispetto di un mandato che gli ho conferito mediante il mio voto?

Non saprei, lo appunto lealmente. Troppe sono le variabili che potrebbero entrare in gioco.

Riflessioni potrebbero aggiungersi, ma tutto discende da una valutazione della persona non dell'istituzione.

Il dibattito sulla riforma del lavoro, spesso giunto a toni estremi, potrebbe costituire un altro esempio di come si comportano le istituzioni nel confronto con problemi che riguardano la nazione.

Il punto di partenza a giustificazione della riforma ha non solo caratteri economici bensì anche politici.

Si è detto, da più parti, che un mercato del lavoro con tutele risalenti agli anni settanta era superato dalla realtà; la società chiedeva altro, un passo avanti, un adeguamento.

Si è parlato di anacronismo di una tutela reale per determinati eventi a favore di una tutela fondata sul risarcimento (property rule vs. liability rule).

L'aggiornamento, sul piano politico, coinvolge una tradizione che nel nostro Paese si è consolidata nel tempo; una tradizione che affonda le sue radici nel campo politico-sociale.

Il mutamento è avvenuto a causa di impulsi interni, internazionali (soprattutto europei) e di scelte di politica economica (attrazione di investimenti).

Motivi connessi e, ad un tempo, indipendenti.

Potremmo continuare.

Siamo tornati alla nozione di popolo, come in un circolo, e alla sua esplicitazione che continuiamo a tenere in sospeso.

Ogni concetto, alla prova dei fatti, è tale se ha capacità di resilienza, di adattamento. Serve per spiegare, interessano i contenuti più delle forme.

La tesi riportata, nella sintesi obbligata di un intervento, merita ogni rispetto. Ma è pur sempre relativa.

Ha il grande pregio di interrogare il nostro modo di pensare, soprattutto quello della mia generazione.

E non vi è cosa di più nobile per l'essere umano.