La legge degli sbocchi

Le tesi classiche di Adam Smith esposte nel suo famoso testo "La ricchezza delle nazioni", vennero, nel corso del tempo, assunte e divulgate da altri economisti che, in contegno e prospettiva differenti, si trovarono a difendere il principio del libero mercato dalle critiche che sorgevano, quasi spontaneamente, tra le pieghe delle lacune che si palesavano, guardando la realtà, in progressiva evidenza.

Nei primi anni del 1800, come è noto, l'Inghilterra si trovò a vivere una profonda crisi economica e sociale: crollo dei consumi, caduta dei salari, domanda insufficiente, disoccupazione, povertà.

Per gli autori classici, ostili ad ogni intervento statale, la spiegazione non poteva rinvenirsi nell'inefficienza del mercato bensì altrove, in ragioni che esulavano dal campo economico, almeno in maggior parte.

E, comunque, se di crisi si trattava, questa sarebbe passata come comparsa, in brevissimo tempo, al modo di una nube che si allontana all'orizzonte. La forza di autoregolamentazione del mercato avrebbe prevalso di fronte ad un semplice accidente passeggero.

A difesa delle tesi classiche si schierò un economista francese, Jean Baptiste Say, che, dopo avere tradotto l'opera di Smith per i suoi connazionali, scrisse il "Trattato di economia politica" la cui prima edizione venne data alle stampe nel 1803 e successivamente rivista.

Lo scienziato (nel frattempo l'economia si stava disegnando come una vera e propria scienza!) è ricordato ancora oggi dagli studenti delle facoltà di economia di tutto il mondo per la celebre legge definita "legge degli sbocchi o legge di Say".

Alla realtà della crisi inglese, il nostro economista francese, tenace estimatore della teoria classica smithiana e della sua scuola, replicava, dopo avere esaltato la novità della concezione destinata, a suo giudizio, a cambiare il pensiero economico, che nel mercato non vi potrà mai essere una carenza generale di domanda ovvero una strutturale eccedenza di beni in offerta, poiché la produzione è, per sé stessa, domanda e come tale dà vita ad un consumo di beni o ad un investimento.

Cosa vuol dire, in estrema sintesi?

Riportiamo, per quanto acconcio ai nostri fini, le parole di Say per poi fissare un paio di punti.

«Un prodotto terminato offre da quell'istante uno sbocco ad altri prodotti per tutta la somma del suo valore. Difatti, quando l'ultimo produttore ha terminato un prodotto, il suo desiderio più grande è quello di venderlo, perché il valore di quel prodotto non resti morto nelle sue mani. Ma non è meno sollecito di liberarsi del denaro che la sua vendita gli procura, perché nemmeno il denaro resti morto. Ora non ci si può liberare del proprio denaro se non cercando di comperare un prodotto qualunque. Si vede dunque che il fatto solo della formazione di un prodotto apre all'istante stesso uno sbocco ad altri prodotti. »

(Traité d'économie politique, Libro I, Cap. XV, pp. 141-142).

Primo punto. L'imprenditore, il soggetto che produce, nel momento stesso in cui vende il prodotto finito e riceve il prezzo diventa esso stesso consumatore, desideroso di acquisire altri beni sul mercato, creando domanda.

Detta domanda genererà altra offerta e così via, in un circolo virtuoso.

Secondo punto. Il bene finito ed offerto avrà sempre uno sbocco, in quando ogni offerta crea la propria domanda. Tutto resta all'interno del processo mercantile, la moneta è solo un mezzo di scambio. Il valore è nel prodotto scambiato.

Questa è la tesi, nei suoi tratti salienti, grazie alla quale per circa 130 anni si riuscì a giustificare il mancato intervento dello Stato a sostegno della domanda aggregata. Un secolo durante il quale quella violenta crisi esplosa dopo le guerre napoleoniche e stabilita a durare sino al "primo alito di brezza" mise, di fatto, allo stremo la società inglese.

La situazione mutò soltanto con l'avvento, sulla scena economica e pubblica, di Keynes e, segnatamente, con la condivisione, da parte degli attori politici, del suo contributo.

Ma siamo nella storia, una storia che assumo nota.

Abbiamo appreso, nei primi anni di studi universitari, che ogni scienziato economico (e non solo) soffre di angustia, ossia affronta, per peculiarità che quasi sempre sono riconducibili alla società in cui vive, soltanto alcuni aspetti di una questione, tralasciandone altri o, al più, facendone solo ammicco.

Say, come dimostrò Keynes dopo di lui - in verità già contemporanei di Say provarono a rompere il dogma classico del mercato perfetto, ma non vennero ascoltati - non tenne in giusto conto un determinante: poteva accadere, come accaduto, accade e accadrà, che non tutto il valore del prodotto resti nel processo produttivo, nel ciclo economico, ma balzi fuori; come dirà Keynes, venga tesaurizzato.

In tal caso, la domanda arretra, quale logica conseguenza e cade l’intera struttura teoretica.

Di fronte a tale evento, la teoria classica si mostra limitata, quasi incapace di contrasto.

Leggendo le ulteriori revisioni del Trattato su tale aspetto, per decoro di verità, sembra che Say, abbia evidenziato questa insufficienza, tentando una spiegazione. Verosimilmente a ciò stimolato dalle critiche ricevute. Ma non è questa la dimora per un approfondimento.

Un dogma infranto dalla realtà, dopo 130 anni, anno più anno meno!

Un paradigma che ci offre lo spunto per riflettere: la scienza economica è utile strumento di intelligenza della realtà, ma la realtà conduce, con le sue intonazioni, ogni scienza, la sottopone al vaglio dell’esperienza. Ogni precomprensione può essere pericolosa, come ogni pregiudizio.