Negative Income Tax

Il 28 maggio 2014, presso la Sala della Regina di Palazzo Montecitorio, il Presidente f.f. dell'Istat Antonio Golini, ha presentato, in riassunto, l'annuale rapporto Istat sulla situazione del nostro Paese. Un documento ricco ed elaborato, di estrema utilità sia per i dati pubblicati sia per comprendere le dinamiche evolutive nei diversi settori analizzati.

Molto è già stato scritto, molti i commenti pubblicati, con un'evidenza riguardo agli aspetti che investono il mondo del lavoro e la crisi in atto.

Dal rapporto, che chiunque può leggere e scaricare dal sito dell'Istituto, desidero raccogliere un piccolo tassello del mosaico, un frammento della foto scattata, che ritengo sia stato trascurato o, al più, trattato con minore riflessione.

Nella sua esposizione, che ho avuto il piacere di seguire, il Presidente ha mostrato particolare sensibilità per il preoccupante fenomeno della povertà dei singoli e delle famiglie, nel contesto più ampio del capitolo dedicato alle politiche fiscali e al sistema redistributivo; dando rilievo ad una proposta, non forestiera agli economisti, che i tecnici dell'Istituto hanno approfondito con simulazioni di tipo "micro".

Si tratta della c.d. "Imposta Negativa" sui redditi familiari più bassi.

Vediamo di cosa si tratta e come potrebbe favorire, insieme ad altre misure, le persone e i nuclei familiari più colpiti dalla recessione.

Per obbligata sintesi, propria di un post, mi limito a indicare le singolarità dello strumento, il funzionamento e le criticità.

In dottrina, comunemente, la paternità del NIT viene attribuita a Milton Friedman (economista liberale) che la espose nel suo volume Capitalism and Freedom del 1962, e che la difese, successivamente, in svariati articoli e contributi, dai suoi rivali.

In verità, anche se non nella foggia composta da Friedman, la Negative Income Tax ha scaturigine più antica, accennata per la prima volta da A.-A. Cournot in Recherches sur les principes mathématiques de la théorie des richesse nel 1838.

E, dopo la prima esposizione di Friedman, ha avuto evoluzioni differenti, da parte di numerosi economisti e scienziati.

Nella sua forma più "pura" (Friedman) consiste in un beneficio che lo Stato, in funzione redistributiva, riconosce ai nuclei familiari che hanno introiti nulli o che non superano una soglia fissata, oltre la quale scatterebbe l'obbligo impositivo.

Mentre, normalmente, in un sistema fiscale è lo Stato a ricevere un introito dal cittadino, nel caso in esame accade il contrario, secondo lo schema disegnato da Friedman.

È, ovviamente, importante stabilire la soglia di non tassabilità (o di esenzione, se vogliamo) in termini acconci, al fine di evitare rischi di inefficacia dello strumento.

Molte sono state le ricerche condotte negli Stati Uniti, alcune delle quali positive, altre negative in termini di impatto.

Ai nostri fini, interessa solo segnalare come gli autori favorevoli all'introduzione, in un impianto di Welfare, della NIT fondano le proprie dimostrazioni sui minori costi a carico della collettività e sulla maggiore selettività di intervento, riguardo a contributi destinati ad individui, sotto diverse forme, aventi le stesse caratteristiche tipologiche di reddito.

Per contro, gli avversari ne mettono in luce, con criteri non sempre verificabili empiricamente, gli ostacoli, tra i quali merita cenno, come argomento più frequente ed adoperato, quello relativo alla contrazione dell'offerta di lavoro: il sistema verrebbe a creare un non quantificabile spazio parassitario, dove i nuclei beneficiari della NIT non avrebbero convenienza alcuna ad uscire dalla loro condizione sociale ed economica, ad entrare nel mondo del lavoro ovvero a lavorare di più, subendo la conseguenza di perdere il diritto all'introito.

Negli USA, a livello statale, dagli anni sessanta in poi, la teoria di Friedman ha intervallato, a prescindere dall'appartenenza politica dei Presidenti che si sono succeduti, momenti di consenso a momenti di fermo rifiuto.

Anche in questo caso, la letteratura, per chi desidera approfondire, è vastissima e facilmente reperibile.

Torniamo a noi, al nostro Paese e al documento esaminando.

Per l'Istat un intervento pari ad appena l'uno per cento del PIL, consentirebbe di ridurre in modo consistente il tasso di povertà (costo stimato 15 miliardi e mezzo di euro).

La concessione di un assegno di importo equivalente ad ogni individuo adulto con reddito insufficiente per sopravvivere,  risulterebbe molto più oneroso (90 miliardi) e soffrirebbe un indice di dispersione del 61 per cento (i.e. oltre la metà dei beneficiati non sarebbero realmente poveri e accoglierebbero comunque il sussidio).

Come sempre, non sono avvezzo a trarre conclusioni; mi limito ad esporre la proposta, a spiegarla e lasciare che ciascuno faccia le proprie valutazioni.

Aggiungo solo qualche chiave di lettura, qualche considerazione.

Primo. La nostra imposta sui redditi personali (Irpef) è incentrata sul singolo, non sulla famiglia. Detrazioni e deduzioni, che per i non abbienti sfumerebbero per incapienza, rettificano solo in parte la personalità, spesso con effetti distorsivi.

Secondo. Il nostro sistema di Welfare è ripartito su diverse scale, è disomogeneo. Occorre una revisione, qualora si volesse accogliere la proposta dell'Istat.

Terzo. Potrebbe fare problema la complessità delle imposte e delle tasse, il loro numero, i meccanismi di operatività.

Certo, anche negli USA il federalismo fiscale non agevola un adeguato ed efficace intervento di Welfare centrale. Ma, ricerche alla mano, i controlli sono più semplici, è più agevole, almeno pare, l'accountability.

In Italia la povertà è non solo diffusa ma riguarda beni essenziali: il cibo, il vestiario, le cure mediche.

I magazzini degli enti di assistenza sono vuoti, vuoti di pasta, di riso, di latte per bambini, di pannolini.

Non basta, quindi, fissare una no tax area quando la maggior parte dei poveri non la raggiunge, resta sotto. Ha un senso solo se ci si avvicina al limite o lo si raggiunge.  E’ un indicatore del minimo vitale, che lo Stato non può tassare, anche se, propriamente, la definizione rientra nel meccanismo di progressività e non nell’ambito sociale.

Purtroppo, siamo andati oltre, in negativo.

Ogni proposta che per tempi di realizzazione e incidenza di costi sia percorribile è non solo ben accetta bensì indispensabile.

Friedman quale liberale, poco propenso ad interventi correttivi dello Stato, ha compreso perfettamente che la NIT non comporta un inasprimento dell’imposta a carico dei redditi più elevati; si rifonde da sola, con il consumo, con gli acquisti che i poveri non possono fare.