Il Bilancio Sociale di Impresa tra realta' e sfide


Analisi, fattori e incidenze anche in ambito giuridico

E’ tempo di bilanci per le imprese operanti nei diversi settori produttivi e anche per molte realtà ed organizzazioni non tipicamente corporate: enti no-profit, ONG, organismi pubblici.

Quando si parla di bilancio siamo inconsciamente portati a pensare a prospetti, più o meno complessi e dettagliati, che fotografano la situazione patrimoniale, economica e finanziaria di un ente, accompagnati da qualche relazione sull’andamento della gestione e sulle prospettive future.

A ben guardare, dietro l’accezione puramente aziendalistica di bilancio si nascondono ben altri e non meno rilevanti significati che, pur prendendo le mosse da elementi contabili ed aziendali, sono proiettati verso orizzonti più ampi e strategici. Tra questi si colloca il cd. bilancio sociale o bilancio etico o di responsabilità, a seconda dei termini che desideriamo utilizzare.

Il presente lavoro si propone, nei limiti consentiti da una trattazione di sintesi, di definire il concetto e i contenuti del bilancio sociale, i principi che lo informano, i soggetti che rivestono un ruolo attivo nella redazione del documento o che ne sono i destinatari principali (stakeholders), i motivi che suggeriscono la redazione di questo tipo di report e i vantaggi che offre in termini di governance interna della struttura e di relazioni esterne e di mercato; senza trascurare gli aspetti giuridici che, anche alla luce delle recenti riforme in tema di etica nella Pubblica Amministrazione, meritano di essere rilevati e affrontati.

Ritengo, al fine di agevolare un inter-scambio e la promozione di riflessioni, suddividere il lavoro in più parti, connesse tra loro: ad un primo approccio descrittivo generale, sorgerà la necessità di entrare nel dettaglio, senza pretesa di esaustività, per affrontare singoli aspetti e/o profili.

 

Il Bilancio sociale: significato e contenuto generale

Il bilancio sociale è un documento (report) non obbligatorio per l’impresa e non definito da alcuna norma di legge. Non esiste uno schema standard – nei limiti che avremo modo di spiegare in prosieguo - che possa essere utilizzato per ogni impresa; la sua redazione è assolutamente flessibile.

Molte imprese si limitano, ad esempio, ad affiancare alla relazione di gestione una relazione sociale più o meno approfondita; altre imprese pubblicano, utilizzando la stessa tecnica contabile/aziendale, un vero prospetto suddiviso per voci. Ovviamente, vi sono molte imprese che per l’attività svolta non possono per natura prescindere dalla redazione di un bilancio di responsabilità o di sostenibilità utilizzando parametri condivisi: per esempio, quelle che operano nel settore equo-solidale dove la tracciatura della cd. “filiera” è essenziale in quanto strettamente inerente al core-business.

Certamente la componente descrittiva, in questo campo, prevale (o dovrebbe prevalere) rispetto a quella schematica, nella misura in cui gli argomenti che il documento affronta debbono essere “spiegati” per necessità di chiarezza e verificabilità.

La pubblicazione potrà avvenire utilizzando i canali più diversi: dal sito aziendale, ai social network, a forme più tradizionali.

Anche il contenuto non è legato a parametri o prassi stringenti: saranno i redattori, consapevoli del settore di attività e degli interessati, a stimare quali siano i temi da affrontare e divulgare.

Esistono, invero, precise “Linee Guida” dettate da enti sovranazionali e fatte proprie da organizzazioni a livello nazionale di singoli Stati, che raccolgono i principi essenziali e condivisi dalla comunità internazionale e frutto di un consenso raccolto tra gli esperti del settore e tutti i soggetti interessati. L’adozione di questi principi pare obbligato se l’ente interessato desidera offrire ai propri interlocutori un report credibile e valutabile.

Il primo novembre del 2010 l’ISO, l’ente che ha cura di elaborare gli standards qualitativi internazionali, ha emanato le norme ISO 26000, norme riconosciute da oltre cento Paesi nel mondo, tra cui l’Italia, che riguardano la responsabilità sociale delle organizzazioni.

A livello nazionale l’istituzione, senza scopo di lucro, fondata nel 1921 e che si occupa di elaborare, approvare e pubblicare le norme tecniche volontarie è l’UNI – Ente Nazionale di Unificazione.

Il massimo organo tecnico dell’UNI è la Commissione Centrale Tecnica (CCT) che ha il compito, secondo regolamento aggiornato nell’autunno del 2012, di elaborare e coordinare i lavori di normazione.

Una precisazione che, naturalmente, costituirà un’ovvietà per chi lavora nel settore o si occupa di responsabilità di impresa. Quando parliamo di “norme” non ci riferiamo a disposizioni cogenti imposte da autorità esterne, ma ad assunzioni volontarie di impegni da parte degli organismi che intendono avvalersi dei principi che le norme stesse suggeriscono. Una corretta definizione la offre il Regolamento UE 1025 che definisce come norma: “una specifica tecnica, adottata da un organismo di normazione riconosciuto, per applicazione ripetuta o continua, alla quale non è obbligatorio conformarsi…”.

Le norme presuppongono un processo di elaborazione che porterà alla loro approvazione secondo il principio di consensualità da parte di tutti gli interessati (parti sociali, economiche, organizzazioni, lavoratori, ecc.) i quali siano stati posti nella possibilità concreta di esprimere valutazioni ed osservazioni (principio di democraticità).

Le norme saranno pubblicate in adozione del principio cd. di trasparenza e diventeranno quindi pubbliche e a disposizione di chiunque voglia consultarle.

Da ultimo, l’adozione delle norme seguirà il citato principio di volontarietà: sono io, organizzazione o impresa o ente che decido di utilizzare dette norme e ne faccio applicazione spontaneamente. La cogenza quindi nasce da un impegno, non soggetto ovviamente a sanzioni in senso giuridico, assunto dall’ente e non imposto da terzi.

Risulta evidente che laddove esista un consenso comune sull’efficacia della norma e questa sia stata pubblicata, l’impresa o l’organizzazione che voglia risultare “credibile” in ambito internazionale non potrà fare a meno di conformarsi a detta norma al fine di assicurare agli interlocutori serietà di intendimenti. Nella fattispecie, l’ISO 26000 non potrà che essere la norma di riferimento obbligata per qualunque soggetto intenda offrire al pubblico un bilancio sociale o di responsabilità. La norma, merita di essere sottolineato, è stata condivisa, nella sua formazione non solo da Paesi ad economia avanzata come quelli occidentali ma anche da Paesi con economie emergenti o povere; questa condivisione rende detta norma assai pregnante nella misura in cui porta con sé e sintetizza punti di vista assai divergenti per non dire contrastanti.

Il contenuto del report quindi sarà sviluppato avendo riguardo ai principi dettati dalla citata norma, principi che, salvo maggiori approfondimenti successivi, in questa fase ci limitiamo ad enunciare con traduzione dall’inglese (in questo come in molti altri casi la traduzione fa perdere molto della ricchezza semantica della lingua inglese e dei suoi termini tecnici):

  • principio del “rendere conto” (accountability);
  • principio di trasparenza;
  • comportamento etico;
  • rispetto degli interessi delle parti coinvolte (stakeholders);
  • rispetto del principio di legalità;
  • rispetto delle norme internazionali di condotta;
  • rispetto dei diritti umani.

Si tratta di principi interconnessi tra loro e non scindibili cui fanno seguito, in un capitolo successivo della norma, sette temi fondamentali relativi alla responsabilità sociale.

Da evidenziare che detti principi o, meglio, l’applicazione di detti principi non è certificabile da alcuna agenzia indipendente o società esterna “tecnica”. Saranno le parti interessate a giudicare, nella trasparenza delle informazioni contenute e pubblicate, del rispetto o meno da parte dell’ente o impresa di detti principi adottati. Un confronto quindi a tutto campo che coinvolgerà i lavoratori dell’impresa per quanto riguarda, ad esempio, le condizioni di lavoro, le ONG per la verifica del rispetto dei diritti umani o della tutela dell’ambiente e via dicendo.

L’impresa che estrae petrolio o lo raffina se sceglierà di redigere un bilancio di responsabilità alla luce dei principi ISO 26000 si confronterà in maniera aperta (transparency) con chi chiederà conto di comportamenti o condotte ritenute non corrette, dovrà fornire risposte adeguate e verificabili (accountability) motivando le proprie scelte, spiegandole o accogliendo le istanze avanzate. Non sarà obbligata ovviamente a farlo, ma subirà sanzioni che, spesso, risulteranno molto più pesanti anche in termini economici rispetto a quelle conseguenti la violazione di norme cogenti a livello statuale: non pare possa revocarsi in dubbio che oggi, in un clima economico poco favorevole, l’impresa sarà più preoccupata di perdere la propria quota di mercato a motivo della lesione della propria immagine rispetto a subire una multa o ammenda molto spesso sottratta alla conoscenza dell’opinione pubblica.

Non è un mistero che molte imprese operanti in settori ad elevato rischio di inquinamento ambientale preferiscano continuare a produrre e generare profitto pagando sanzioni o ammende.