Sulla distinzione fra erede e legatario

Cassazione Civile, Sez. II, sentenza 24.06.2014 n. 14315 - Presidente Triola

In materia di distinzione tra erede e legatario, l'assegnazione di beni determinati deve interpretarsi, ai sensi dell'art. 588 cod. civ., come disposizione ereditaria ("institutio ex re certa"), qualora il testatore abbia inteso chiamare l'istituito nell'universalità dei beni o in una parte indeterminata di essi, considerata in funzione di quota del patrimonio relitto, mentre deve interpretarsi come legato, se abbia voluto attribuirgli singoli individuati beni. L'indagine diretta ad accertare se ricorra l'una o l'altra ipotesi, si risolve in un apprezzamento di fatto, riservato ai giudici del merito, ed è, quindi, incensurabile in sede di legittimità se conseguentemente motivato.”

Brevi considerazioni a margine della sentenza della Cassazione Civile 14315/2014 sulla spinosa distinzione fra la qualità di erede e di legatario. Ma l’accertamento è comunque riservato al giudice di merito
 

Con la sentenza in esame, la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso proposto contro la sentenza pronunciata dalla Corte d’Appello di Lecce che aveva dichiarato la qualità di erede della ricorrente, confermando così l’orientamento secondo cui la valutazione della qualità di erede o di legatario “si risolve in un accertamento di fatto riservato ala giudice del merito e quindi, non sindacabile in sede di legittimità se congruamente motivato, come nel caso di specie dove la Corte, attenendosi al contenuto obiettivo dell’atto, ha valorizzato l’espressione “nomino mia erede” adoperata dal testatore prima di articolare in concreto il contenuto della o delle relative attribuzioni testamentarie.”

Il problema della distinzione fra la posizione di erede e quella di legatario è una delle questioni più dibattute nella materia successoria.

Al fine di stabilire se una determinata attribuzione patrimoniale disposta ex testamento debba qualificarsi come disposizione a titolo universale o a titolo particolare, l’art. 588 c.c. introduce due distinti criteri: il primo comma costituisce l’ipotesi di base di vocazione a titolo universale che si ha quando la disposizione comprenda l’universalità oppure una quota di beni del testatore.

Es: “Nomino Tizio mio erede” oppure “Lascio a Tizio la metà del mio patrimonio.”

Ma io posso anche dire: “Nomino erede Tizio e lascio il mio patrimonio a Caio.”

Con ciò si vuol dire che “qualunque sia l’espressione o la denominazione usata dal testatore, sarà sempre l’attribuzione della totalità o di una frazione dell’asse a qualificare la disposizione come attribuzione a titolo universale o a titolo particolare.” (1)

Maggiori difficoltà interpretative offre il capoverso dell’art. 588 c.c. , conosciuto in dottrina come institutio ex re certa, in forza del quale: L'indicazione di beni determinati o di un complesso di beni non esclude che la disposizione sia a titolo universale, quando risulta che il testatore ha inteso assegnare quei beni come quota del patrimonio.”

La norma infatti, consente di qualificare come vocazione a titolo universale il lascito avente ad oggetto beni determinati. E dunque, per la soluzione del dilemma circa la natura universale o particolare del lascito, occorre che l'indagine del giudice sia più completa di quella che si conduce quando invece il testatore detta le disposizioni con riferimento alla quantità indeterminata dei suoi beni.

Infatti, occorrerà verificare non soltanto l'aspetto dell'oggettività del lascito, bensì soprattutto l'aspetto soggettivo dell'intenzione del testatore: “Al fine di stabilire se una disposizione testamentaria sia a titolo universale o particolare, l'interprete deve compiere una duplice indagine, l'una di carattere oggettivo circa il contenuto dell'atto e l'altra di carattere soggettivo sulla intenzione del testatore che, nel caso di istituzione ex re certa, deve essere più completa e penetrante di quella necessaria, invece, quando il testatore detta le disposizioni con riferimento alla quantità indeterminata dei suoi beni.” (2)

 

Come determinare la reale mens testantis ?

Per l'art. 588, 2° co. cod. civ., l'indicazione di beni determinati non esclude che la disposizione sia a titolo universale, quando risulta che il testatore abbia inteso assegnare i beni come quota del patrimonio. Al fine di distinguere fra disposizioni testamentarie a titolo universale e particolare, l'interpretazione della disposizione deve essere condotta attraverso indagine oggettiva, con riferimento al contenuto dell'atto, e soggettiva, con riferimento all'intenzione del testatore, le cui formali espressioni, pur normativamente irrilevanti (art. 588, 1° co. cod. civ.), possono assumere funzione di riscontro dell'interpretazione.

L'avere il testatore attribuito ad una persona singoli beni facenti parte del suo patrimonio, non comporta necessariamente il carattere di legato dell'attribuzione poiché, per stabilire se questa sia a titolo universale o a titolo particolare, occorre valutare se la disposizione sia stata fatta dal testatore in relazione al complesso del suo patrimonio, all' “universum ius", oppure secondo una specifica individuazione dell'oggetto attribuito, in sé considerato, senza relazione alcuna con l'intero e globale patrimonio stesso.

Gli elementi indicati dalla dottrina, quale il valore del lascito, i rapporti particolari (anche di parentela) tra l'istituito ed il de cuius, la conoscenza delle nozioni giuridiche relative alle diverse forme di disposizione, possono costituire sintomi, non necessariamente decisivi, ai fini della qualificazione.

E’ stato osservato che la sola adozione del criterio quantitativo non permette di stabilire quale sia stata l'effettiva voluntas defuncti, visto che il valore delle res certa finirà sempre per corrispondere a una quota, anche se non rilevante, del patrimonio relitto.

La giurisprudenza, invece, ha avuto modo di affermare che può esservi istitutio ex re certa anche se i beni relitti non costituiscono una quota rilevante del patrimonio del testatore.

Eccone alcuni esempi:

a) l'attribuzione di tutti i beni mobili del de cuius;

b) la disposizione con la quale il testatore esaurisce il patrimonio ereditario, attribuendo tutti i beni mobili ad un chiamato e tutti i beni immobili ad un altro;

c) il lascito generico del residuo dei beni dopo il prelievo di quelli di cui si sia disposto in modo particolare, tuttavia è stato anche stabilito che l'istituzione di erede non può desumersi dal fatto stesso che l'oggetto del lascito rappresenta il residuo del patrimonio del testatore, quando ciò di cui il testatore abbia in precedenza disposto a favore di altri soggetti non ha una consistenza uniforme ed omogenea, per cui si possa agevolmente stabilire un rapporto di quota tra tali precedenti disposizioni e quanto costituisce oggetto dell'attribuzione testamentaria;

d) l'attribuzione fatta alla figlia cui il padre abbia lasciato metà di due cespiti determinati nonché ogni altra sua proprietà immobiliare;

e) la chiamata in tutti i beni di una determinata specie, che non costituiscano universalità, archivi o collezioni; essa può essere di per sé sola istituzione di erede, trattandosi non di lascito di cosa determinata, ma di una quota di patrimonio;

f) la disposizione con cui il testatore abbia lasciato a tutti i suoi figli, in quote uguali, un immobile il cui valore comprende per la quasi totalità il valore del compendio ereditario.

La ricostruzione della volontà testamentaria deve, dunque, necessariamente partire dal contenuto obiettivo del testamento inteso nel suo complesso, in modo da interpretare le clausole in esso contenute in conformità dell’art. 1363 c.c.

Ai fini di tale accertamento è possibile poi, fare ricorso non soltanto ad elementi desunti dal testamento, ma anche, se necessario, ad elementi di prova estranei al testamento. (3)

 

Vedi il testo della SENTENZA.

 

------------------------------------

  1. Grosso, Burdese , Le Successioni. Parte Generale, Torino, 1977,43

  2. Cassazione Civile, sez. II 20.05.1981 n. 3304

  3. Gangi, La Successione testamentaria, 377 ss.