Lasciate morire Vincent Lambert

Sceglierò il regime per il bene dei malati secondo le mie forze e il mio giudizio, e mi asterrò dal recar danno e offesa. Non somministerò a nessuno, neppure se richiesto, alcun farmaco mortale, e non prenderò mai un' iniziativa del genere; e neppure fornirò mai a una donna un mezzo per procurare l'aborto.”

E’ questo una parte del giuramento di Ippocrate, testo senza età, nato forse, in circoli pitagorici, che rimane uno snodo ineludibile per qualsiasi riflessione in tema di eutanasia perché mette in luce alcuni aspetti decisivi della figura del medico nell’antichità: primo fra tutti, il fatto che venisse percepito quale fornitore della comunità non solo per i farmaci curativi, ma anche per quelli letali.

L’intransigenza ippocratica si è però, sempre scontrata con la solitudine del malato incurabile o terminale. Ma Vincent Lambert lo era? No. Certamente no. Ma sembra anche che Lambert avesse dichiarato di non voler essere tenuto in vita artificialmente.

Così hanno riferito la moglie e uno dei fratelli.

Ricoverato in un ospedale di Reims, il caso Lambert ha suscitato un grande dibattito in Francia, perché la famiglia dell’uomo, si è letteralmente spaccata sulla sorte dell'uomo.

Vincent Lambert ha 39 anni. Una volta faceva l’infermiere. A seguito di un incidente d’auto avvenuto nel settembre del 2008, è rimasto tetraplegico e si trova, da allora, in quello che viene definito “uno stato di coscienza minima”, giudicato irreversibile da diverse perizie mediche.

Nello stato di coscienza minima – definizione utilizzata per distinguere questa condizione dallo stato vegetativo – il paziente manifesta dei comportamenti e delle piccole reazioni, ma la coscienza di tali comportamenti e reazioni può essere molto ambigua, incostante e soprattutto difficile da stabilire.

L'anno scorso il Consiglio di Stato francese, massima autorità amministrativa del Paese, era stato investito del caso dal ricorso della moglie di Vincent Lambert ed aveva emesso un verdetto a favore della sospensione delle cure. Fra gli elementi presi in considerazione dall'alta corte francese, la perizia di tre esperti di neuroscienze che aveva stabilito "l'irreversibilità delle lesioni" cerebrali.

I genitori di Vincent Lambert ricorrevano alla Corte europea dei diritti umani, che ha decretato la sospensione della sentenza arrivando alla sua decisione: interrompere le cure nel caso di Vincent Lambert non è una violazione dei diritti umani.

La Corte pienamente cosciente dell’importanza dei problemi sollevati dal caso in esame che tocca argomenti medici, etici e giuridici di grande complessità, rammenta che in primo luogo tocca alle Autorità interne verificare la conformità della decisione di arrestare i trattamenti sia al diritto interno che alla Convenzione: “Le rôle de la Cour un Consiste à esaminatore le rispetta par l'État de ses obblighi positivi découlant de l'article 2 de la Convenzione.

Selon cette approche, la Cour un considere conformes aux exigenze de cet article le cadre législatif prévu par le droit interne, tel qu'interprété par le Conseil d'État, ainsi que le processus décisionnel, mené en l'espèce d'une façon méticuleuse . Par ailleurs, quant aux recours juridictionnels dont les ont bénéficie requérants, la Cour est arrivée à la conclusione que la présente affaire avait fait l'objet d'un examen approfondi où tous les punti de vue avaient pu s'exprimer et tous les aspetti avaient été mûrement pesés, au vu tant d'Expertise une médicale détaillée que d'osservazioni générales des hautes più istanze médicales et éthiques.

En conséquence, la Cour arrivare à la conclusione que les Autorités internes se sont à leurs conformées obblighi positivi découlant de l'article 2 de la Convention, compte tenu de la marge d'appréciation dont elles disposaient en l'espèce.” (cfr. punto 181 della sentenza)

Sulla base di questo approccio, la Corte ha ritenuto che sia la disciplina legislativa francese, così come interpretata dal Conseil d’État, sia il processo decisionale, condotto in maniera meticolosa nel caso di specie, siano da ritenere compatibili con l’articolo 2 della Convenzione. Anche in riferimento ai ricorsi giurisdizionali a disposizione dei ricorrenti, la Corte ha affermato che il presente caso è stato oggetto di un esame approfondito, nel quale tutti i diversi punti di vista hanno avuto modo di esprimersi e tutti gli aspetti sono stati a lungo soppesati, alla luce tanto di una perizia medica dettagliata, quanto delle osservazioni generali delle più alte istanze mediche ed etiche.

Secondo la Corte, la decisione medica non ha tanto l’intento di mettere fine alla vita di Lambert, ma di interrompere un trattamento che è stato rifiutato dal paziente o che, secondo i medici, costituisce una forma di irragionevole ostinazione e appare sproporzionato. Per quale ragione si dovrebbe proseguire un trattamento inutile?

La legge Leonetti – che in Francia regolamenta il fine vita - non autorizza l’eutanasia o il suicidio assistito, ma permette ai medici di non proseguire una terapia irragionevole. Distinzione che può essere giudicata moralmente pretestuosa o ipocrita, ma che dal punto di vista medico ha perfettamente senso.

Con la sentenza del 5 giugno 2015, la Grand Chambre ha affermato (con una maggioranza di dodici a cinque) che non sussiste violazione dell’articolo 2 (diritto alla vita) della CEDU in riferimento all’attuazione della decisione del Consiglio di Stato francese del 24 giugno 2014, con la quale era stata autorizzata l’interruzione dei trattamenti di sostegno vitale a Vincent Lambert.
La Corte conclude ritenendo quindi che le autorità francesi abbiano rispettato gli obblighi positivi derivanti dall’articolo 2 della Convenzione, tenuto conto del margine di apprezzamento riconosciuto loro nel caso di specie.

Inoltre, ha inoltre dichiarato assorbito il motivo di ricorso basato sull’articolo 8 della Convenzione (Diritto al rispetto della vita privata e familiare) e manifestamente infondati quelli basati sull’articolo 6 (Diritto a un equo processo).

 

Il DDL Calabrò e il testamento biologico in Italia

In seguito agli sviluppi del caso Englaro, la discussione sul testamento biologico ha preso una piega decisamente illiberale. La Chiesa cattolica si è dichiarata favorevole a una legge purché priva di qualsivoglia riconoscimento del diritto all’autodeterminazione stabilito dai giudici.

E dunque, una legge svuotata di contenuto.

La maggioranza di governo ha trovato l’accordo su un testo, il cosiddetto «ddl Calabrò», che recepiva gli orientamenti della CEI, e che è stato approvato rapidamente prima dalla commissione sanità del Senato, poi dal Senato stesso, con 150 voti favorevoli, 123 contrari e 3 astenuti (sul sito del Senato è possibile conoscere come hanno votato i singoli senatori).

Il testo approvato dal Senato è quindi passato all’esame della commissione affari sociali della Camera, dove sono stati presentati oltre duemila emendamenti, ma che il 12 maggio 2010 l’ha sostanzialmente approvato senza modifiche significative. Il testo è quindi stato discusso dall’assemblea di Montecitorio, che l’ha approvato il 12 luglio 2011 con 278 voti favorevoli, 205 contrari e 7 astensioni.

Il progetto di legge è quindi tornato al Senato per l’approvazione definitiva.

 

Ma di una legge l’Italia ha bisogno…

In un appello firmato da alcuni medici il 9 febbraio 2009, giorno della morte di Eluana Englaro, si ricorda che una legge non dovrebbe ignorare il parere delle associazioni mediche di tutto il mondo: “La nutrizione artificiale è un trattamento medico e quindi come tale non può essere attuata in presenza di una volontà contraria della persona”.

I firmatari ricordano i princìpi costituzionali a difesa dell’autodeterminazione e l’articolo 53 del codice deontologico, ovvero la possibilità di rifiutare di nutrirsi: “Quando una persona rifiuta volontariamente di nutrirsi, il medico ha il dovere di informarla sulle gravi conseguenze che un digiuno protratto può comportare sulle sue condizioni di salute. Se la persona è consapevole delle possibili conseguenze della propria decisione, il medico non deve assumere iniziative costrittive né collaborare a manovre coattive di nutrizione artificiale nei confronti della medesima, pur continuando ad assisterla”.

Si dice che il celebre scienziato svedese Alfred Nobel chiese a Francesco Crispi, primo Ministro del Regno d’Italia, di fondare due istituti, uno a Roma ed uno a Milano, del costo di 250 mila lire ciascuno, dove fosse possibile conseguire la morte indolore per gas asfissiante dietro semplice richiesta.

Crispi pare mostrò cortese interesse, ma ritenne non praticabile la proposta.

Il malato è ancora solo…

 

Qui il LINK per leggere la sentenza.