Parto anonimo. Atto finale sul caso Godelli

La lunga battaglia di Anita Godelli si chiude con il provvedimento del Tribunale per i Minorenni di Trieste.

Riannodiamo i fili del racconto durato due lustri e che il provvedimento in epigrafe ripercorre con lunga e pregevole motivazione, richiamando ampi stralci della sentenza CEDU che tanto ha fatto parlare di sé, non solo sulle riviste giuridiche.

La ricorrente, Anita Godelli, dopo aver attivato un iter amministrativo (Ufficio dello Stato civile) e giurisdizionale (Tribunale, Tribunale per i minorenni e Corte d'Appello) per avere informazioni sull'identità della madre, si vede negare tali notizie in applicazione dell'art. 28, comma 7 della l. 184/1983 in forza del quale è impedito l’accesso alle informazioni relative alla madre la quale abbia espresso la volontà di non divulgare la propria identità al momento del parto.

La piccola venne abbandonata dalla madre all’età di sei anni e dopo un periodo di affidamento presso la famiglia Godelli, venne dichiarata l’affiliazione dal Giudice Tutelare di Trieste.

In seguito, all’età di dieci anni, la ricorrente venne a sapere che i propri genitori non erano quelli biologici e alla richiesta di conoscere le proprie origini non ottenne alcuna risposta. Scoprì, poi, che una bambina del proprio paese, nata nella medesima data, era stata abbandonata e affidata a un’altra famiglia e suppose che fosse sua sorella gemella. Successivamente, i genitori adottivi delle bambine impedirono i contatti tra le due.

La ricorrente, dunque, affermava d’aver avuto un’infanzia difficile proprio in ragione dell’impossibilità di conoscere le proprie origini.

Nel 2006, quando la ricorrente era ormai sessantatreenne, a seguito della domanda ex art. 28 della legge n. 184/1983 all’ufficio dello stato civile per ottenere informazioni relative alle proprie origini, ottenne il proprio atto di nascita senza, però, l’indicazione del nome della madre biologica la quale non aveva prestato il proprio consenso a tal fine. . . .

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Giustizia a misura di minore: prospettive ed esperienze dei professionisti

Nel 2000 il Consiglio d’Europa ha adottato le Linee Guida per una giustizia a misura di minore allo scopo specifico di garantire che la giustizia sia sempre sensibile nei confronti dei bambini, indipendentemente da chi sono o da ciò che hanno fatto.

Nella sua Premessa possiamo leggere: “Un sistema giudiziario a misura di minore deve saper trattare i bambini con dignità, rispetto, attenzione ed equità. Deve essere accessibile, comprensibile e affidabile. Deve essere un sistema che presti ascolto ai minori, tenga in seria considerazione il loro punto di vista e si assicuri che siano protetti anche gli interessi di coloro che non possono esprimersi.”

Ma siamo solo agli inizi.

Attraverso le Linee Guida del 2010 si incoraggiavano gli Stati membri ad agevolare ulteriormente il ruolo delle ONG e di altri organi o istituzioni indipendenti, quali il difensore civico dei minori, al fine di supportare l’effettivo accesso dei minori ai tribunali e ai meccanismi di ricorso indipendenti, a livello nazionale e internazionale; considerare l’istituzione di un sistema di giudici e avvocati specializzati in diritto dei minori e sviluppare ulteriormente i tribunali in cui possano essere adottate misure giuridiche e sociali a favore dei minori e delle loro famiglie.

Se questi sono i nobili intenti elaborati nelle Linee Guida nel 2000 e nel 2010, per arrivare ad una omogeneizzazione delle procedure che interessino i minori fra i Paesi dell’UE, occorre valutare lo stato delle cose mettendo il naso in casa degli altri.

E dunque, l’Agenzia europea per i diritti fondamentali ha diffuso uno studio il 5 maggio 2015 dal titolo “Giustizia a misura di minore: prospettive ed esperienze dei professionisti” con il quale si è effettuato un monitoraggio in 10 Stati membri (Regno Unito, Spagna, Francia, Germania, Finlandia, Romania, Polonia, Estonia, Croazia e Bulgaria) nei procedimenti giudiziari civili e penali riguardanti i minori di 18 anni. . . .

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Sul divieto di donare il sangue per gli omosessuali. Corte Ue - Sentenza 29 aprile 2015

"L'esclusione permanente dalla donazione di sangue per uomini che abbiano avuto rapporti omosessuali può, alla luce della situazione in Francia, essere giustificata". Lo ha stabilito la Corte di giustizia Ue nella sentenza sulla legge francese che vieta agli omosessuali di donare il sangue in quanto a rischio di trasmissione di Aids.

La sentenza ha ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, ai sensi dell’articolo 267 TFUE, dal Tribunal administratif de Strasbourg (Francia) e trae origine dal rifiuto di un Centro ematologico di Metz di ricevere il sangue di un uomo che aveva dichiarato di aver avuto rapporti con persone dello stesso sesso.

Il rifiuto del medico responsabile della raccolta si fondava sul decreto del 12 gennaio 2009, che all’allegato II, tabella B, prevede, per quanto riguarda il rischio di esposizione del candidato alla donazione ad un agente infettivo trasmissibile per via sessuale, una controindicazione permanente alla donazione di sangue nel caso di un uomo che abbia avuto rapporti sessuali con un altro uomo.

A questo punto il donatore aveva adito il tribunale amministrativo di Strasburgo per chiedere se l'esclusione fosse compatibile con le norme dell'Unione.

Secondo la Corte, per quanto riguarda la valutazione dell’esistenza di un rischio elevato di contrarre gravi malattie infettive trasmissibili col sangue, occorre prendere in considerazione la situazione epidemiologica in Francia. . . .

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