Giustizia a misura di minore: prospettive ed esperienze dei professionisti

Nel 2000 il Consiglio d’Europa ha adottato le Linee Guida per una giustizia a misura di minore allo scopo specifico di garantire che la giustizia sia sempre sensibile nei confronti dei bambini, indipendentemente da chi sono o da ciò che hanno fatto.

Nella sua Premessa possiamo leggere: “Un sistema giudiziario a misura di minore deve saper trattare i bambini con dignità, rispetto, attenzione ed equità. Deve essere accessibile, comprensibile e affidabile. Deve essere un sistema che presti ascolto ai minori, tenga in seria considerazione il loro punto di vista e si assicuri che siano protetti anche gli interessi di coloro che non possono esprimersi.”

Ma siamo solo agli inizi.

Attraverso le Linee Guida del 2010 si incoraggiavano gli Stati membri ad agevolare ulteriormente il ruolo delle ONG e di altri organi o istituzioni indipendenti, quali il difensore civico dei minori, al fine di supportare l’effettivo accesso dei minori ai tribunali e ai meccanismi di ricorso indipendenti, a livello nazionale e internazionale; considerare l’istituzione di un sistema di giudici e avvocati specializzati in diritto dei minori e sviluppare ulteriormente i tribunali in cui possano essere adottate misure giuridiche e sociali a favore dei minori e delle loro famiglie.

Se questi sono i nobili intenti elaborati nelle Linee Guida nel 2000 e nel 2010, per arrivare ad una omogeneizzazione delle procedure che interessino i minori fra i Paesi dell’UE, occorre valutare lo stato delle cose mettendo il naso in casa degli altri.

E dunque, l’Agenzia europea per i diritti fondamentali ha diffuso uno studio il 5 maggio 2015 dal titolo “Giustizia a misura di minore: prospettive ed esperienze dei professionisti” con il quale si è effettuato un monitoraggio in 10 Stati membri (Regno Unito, Spagna, Francia, Germania, Finlandia, Romania, Polonia, Estonia, Croazia e Bulgaria) nei procedimenti giudiziari civili e penali riguardanti i minori di 18 anni. . . .

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Sul divieto di donare il sangue per gli omosessuali. Corte Ue - Sentenza 29 aprile 2015

"L'esclusione permanente dalla donazione di sangue per uomini che abbiano avuto rapporti omosessuali può, alla luce della situazione in Francia, essere giustificata". Lo ha stabilito la Corte di giustizia Ue nella sentenza sulla legge francese che vieta agli omosessuali di donare il sangue in quanto a rischio di trasmissione di Aids.

La sentenza ha ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, ai sensi dell’articolo 267 TFUE, dal Tribunal administratif de Strasbourg (Francia) e trae origine dal rifiuto di un Centro ematologico di Metz di ricevere il sangue di un uomo che aveva dichiarato di aver avuto rapporti con persone dello stesso sesso.

Il rifiuto del medico responsabile della raccolta si fondava sul decreto del 12 gennaio 2009, che all’allegato II, tabella B, prevede, per quanto riguarda il rischio di esposizione del candidato alla donazione ad un agente infettivo trasmissibile per via sessuale, una controindicazione permanente alla donazione di sangue nel caso di un uomo che abbia avuto rapporti sessuali con un altro uomo.

A questo punto il donatore aveva adito il tribunale amministrativo di Strasburgo per chiedere se l'esclusione fosse compatibile con le norme dell'Unione.

Secondo la Corte, per quanto riguarda la valutazione dell’esistenza di un rischio elevato di contrarre gravi malattie infettive trasmissibili col sangue, occorre prendere in considerazione la situazione epidemiologica in Francia. . . .

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Giurisdizione tra Stati membri in controversie transfrontaliere di separazione e alimenti

L’articolo 3 del regolamento n. 4/2009 deve essere interpretato nel senso che, in presenza di un’azione principale relativa a una separazione personale dei coniugi nell’ambito della quale sia stata presentata una domanda relativa alle obbligazioni alimentari nei confronti dei figli minori, il giudice adito nell’ambito del suddetto procedimento è, in linea di principio, competente a conoscere di tale domanda relativa alle obbligazioni alimentari. Tuttavia, si deve derogare a tale competenza di principio laddove prevalga l’interesse superiore del minore. Nel caso di specie, la presa in considerazione dell’interesse superiore del minore impone, pertanto, che la competenza territoriale sia determinata sulla base del criterio di vicinanza.”

Questo è quanto affermato dall’Avvocato generale della Corte di giustizia Ue, Yves Bot, nelle conclusioni depositate il 16 aprile su di una domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dalla Corte suprema di cassazione del nostro Paese. . . .

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Soltanto Strasburgo rende giustizia per l'irruzione della polizia nella scuola Diaz

I colpevoli dei fatti incresciosi del G8 di Genova non sono stati puniti adeguatamente.

Molti di loro non sono mai stati identificati, a causa della scarsa collaborazione delle forze di Polizia nelle indagini. Tra gli imputati, moltissimi sono stati assolti. Pochi altri sono stati condannati a pene inadeguate alla gravità dei fatti commessi (massimo cinque anni di reclusione, irrogate per reati ‘comuni’ quali falso ideologico, calunnia, lesioni aggravate, percosse, abuso di autorità). Pene fra l’altro condonate in tutto o in parte a causa del provvedimento di indulto di cui alla l. 241/06.

Oltre al danno, la beffa.

Ma chi non ha avuto giustizia in Italia, ha potuto sentire la parola “condanna” solo da Strasburgo.

Perché la prima condanna in relazione alle violenze perpetrate dalle forze di polizia italiane in occasione delle manifestazioni contro il G8 di Genova del 200, è arrivata il 7 aprile 2015 dalla Corte EDU.

Rimane una grande amarezza: 65 anni dopo la Convenzione Ue e 31 dopo quella di New York, entrambe ratificate da un'Italia ancora inadempiente, abbiamo dato dimostrazione di un grande livello di arretratezza culturale sul piano normativo. . . .

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Annullamento di una adozione, DECU CASE OF ZAIEŢ v. ROMANIA 24 March 2015

Questa è il primo caso in cui la Corte ha dovuto prendere in considerazione l'annullamento di un’adozione in un situazione in cui la madre adottiva era deceduta e la figlia adottiva aveva da tempo raggiunto l’età adulta.

Il fatto. Due ragazzine venivano adottate da una donna, cittadina rumena: la ricorrente veniva adottata all’età di 17 anni e l’altra poco dopo.

La madre adottiva muore lasciando in eredità alle due sorelle 10 ettari di foresta.

Alla morte della madre adottiva, la sorella della ricorrente, anche lei adottata, aveva contestato l’adozione dell’altra sorella, ritenendo che fosse avvenuta per soli motivi economici. Le autorità rumene le avevano dato ragione arrivando addirittura ad annullare, dopo 31 anni, il provvedimento di adozione. . . .

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