Le riprese video condominiali fanno prova anche se acquisite in modo illegittimo?

Il Garante per la protezione dei dati personali ha avuto modo di intervenire già diverso tempo fa in merito alle modaltà delle riprese video negli spazi condominiali ai fini del rispetto della normativa in materia e da allora le indicazioni di base sono rimaste le stesse.

In realtà va distinto il caso nel quale la ripresa viene effettuata negli spazi esterni all'unità immobiliare del singolo condomino e per la protezione di quella singola unità immobiliare, dal caso in cui è il condominio nel suo complesso che decide di dotarsi di un sistema video a circuito chiuso per la sorveglianza degli spazi comuni.

Ricordo che la recente riforma sul diritto condominiale ha introdotto una specifica norma che dirime ogni perplessità sulle maggioranze con le quali l'assemblea può decidere l'installazione di un sistema di videosorveglianza condominiale. La nuova norma è l'art. 1122-ter del codice civile, titolato "Impianti di videosorveglianza sulle parti comuni" e che precisamente recita «Le deliberazioni concernenti l'installazione sulle parti comuni dell'edificio di impianti volti a consentire la videosorveglianza su di esse sono approvate dall'assemblea con la maggioranza di cui al secondo comma dell'articolo 1136 e cioè "la maggioranza degli intervenuti e almeno la meta' del valore dell'edificio".

Il Garante Privacy, tuttavia, si è occupato in particolare del caso in cui sia il singolo condomino ad installare l'impianto video per la sorveglianza della propria unità immobiliare, restringendo le facoltà di installazione con delle regole puntuali, giusto per evitare che con la scusa della tutela del proprio bene il singolo condomino non cominci, invece, a sorvegliare il vicinato. Regole severe, quindi, anche al fine di evitare di incorrere nel reato di interferenze illecite nella vita privata (art. 615-bis c.p.).

Ecco allora prevedersi che:

  1. l'angolo di ripresa deve essere limitato alla tutela della proprietà con l'unico scopo di tutelare il proprio patrimonio o la propria sicurezza personale;
  2. deve essere data idonea segnalazione della presenza dell'impianto di videosorveglianza, avvisando con dei cartelli gli interessati prima che entrino nel raggio di azione delle telecamere;
  3. la conservazione della registrazione video deve essere limitata nel tempo a un massimo di 24 ore;
  4. devono poi essere adottata ogni idonea misure di sicurezza.

Nel caso in cui non vengano rispettate queste indicazioni vi è lesione della sfera privata degli interessati con possibilità di dover rispondere delle sanzioni predisposte dalla normativa in materia, sia in ambito civilistico che penale.

Ciò di cui si è occupata una recente sentenza della Corte di Cassazione (la numero 28554/13 pubblicata il 3/7/13) riguarda il valore probatorio da attribuirsi alle riprese video effettuate in abito condominiale (del singolo condomino o del condominio nel suo complesso) quando, tuttavia, le prescrizioni dell'autorità garante o del codice per la protezione dei dati personali non erano state rispettate.

Il caso affrontato dalla Suprema Corte prende il via dalla assoluzione (con sentenza del giudice di Pace di Latina) di un imputato di danneggiamento di una autovettura parcheggiata a ridosso di un'area condominiale che era stato ripreso proprio da delle telecamere ivi installate. Il Giudice di Pace aveva ritenuto non utilizzabile la ripresa video in quanto effettuata senza il rispetto nelle indicazioni su indicate e, quindi, illegittima. Lo stesso giudice prime cure richiamava la sentenza 26795/06 delle Sezioni unite con la quale appunto si era decisa la non utilizzabilità di riprese video non autorizzate (quella volta, tuttavia, riprese video delle autorità di pubblica sicurezza e non di un privato).

La Corte di Cassazione rigetta l'impostazione del giudice del primo grado ritenendo inconferente il richiamo alla sentenza delle Sezioni unite in quanto riferito a registrazioni effettuate con strumenti posti in opera dall’autorità giudiziaria e non da privati cittadini nell’ambito di spazi domiciliari. E, aggiunge la Suprema Corte: "... la giurisprudenza di questa Corte si è già espressa nel senso che le videoregistrazioni costituiscono una prova documentale, la cui acquisizione è consentita ai sensi dell'art. 234 cpp essendo inoltre irrilevante che siano state rispettate o meno le istruzioni del Garante per la protezione dei dati personali, poiché la relativa disciplina non costituisce sbarramento all'esercizio dell'azione penale (Cas. sez. II 31.1.2013 n. 6813)".

L'indicazione chiarissima della Suprema Corte, tuttavia, non tiene conto delle disposizioni dell'art. 11 (secondo comma) del Codice sulla protezione dei dati personali che riportiamo per esteso:

Art. 11.
Modalità del trattamento e requisiti dei dati

1. I dati personali oggetto di trattamento sono: a) trattati in modo lecito e secondo correttezza; b) raccolti e registrati per scopi determinati, espliciti e legittimi, ed utilizzati in altre operazioni del trattamento in termini compatibili con tali scopi; c) esatti e, se necessario, aggiornati; d) pertinenti, completi e non eccedenti rispetto alle  finalità per le quali sono raccolti o successivamente trattati; e) conservati in una forma che consenta l'identificazione dell'interessato per un periodo di tempo non superiore a quello necessario agli scopi per i quali essi sono stati raccolti o successivamente trattati.

2. I dati personali trattati in violazione della disciplina rilevante in materia di trattamento dei dati personali non possono essere utilizzati.  

La norma non distingue il trattamento da parte di privati o di pubbliche autorità, dice semplicemente che i dati acquisiti in modo non legittimo non possono essere utilizzati. Utilizzati in tutti i modi. Farne uso ai fini probatori non è forse "utilizzare"? Ci si potrebbe chiedere anche questo, effettivamente. Ma se questo è il principio, allora possiamo fare distinzione fra prova civile o prova penale? Direi di no.

Ecco allora che pare ragionevole pensare sia necessaria una modifica al comma 2 dell'art. 11 Cod. Privacy per chiarirne la portata normativa.